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CAPITOLO PRIMO


<< Sht, non parlare. Sono qui con te. Sai cosa mi fa più male? Questo sogno finirà, e così il nostro amore. Non ci crederai mai, ma io so che presto finirà, che non mi sognerai più e finirai per pensare che ero solo un illusione, che non esistevo. Ma ti sbaglierai, perché mi troverò sempre dentro un cassetto della tua memoria e solo quando troverai la chiave, riuscirai a ricordarti di me e magari a cercarmi. Non voglio lasciarti, ma devo, altrimenti ti faranno ancora più del male. E tu, tu devi sopravvivere. Voglio solo perdermi nei tuoi occhi per un’ultima volta, e dirti addio, affinché non sarai disposta a cercarmi. >>.

---


Sbattei le palpebre.
Tutto nero.
Dov’ero?
Ero sdraiata su un pavimento ghiacciato e avevo la schiena bagnata. Rabbrividii. Mi alzai in piedi. Cercai dove appoggiarmi. Stavo barcollando. Appoggiai una mano contro il muro, freddo anch’esso. All’improvviso si accese la luce. Per un momento vidi tutto sfocato. Poi riconobbi la doccia ed il water. Un bagno. Ma di sicuro non quello di casa mia. Cominciai a respirare a fatica. Si aprì la porta. Vidi un ombra. Apparve una persona. Un uomo.
<< Ti sei svegliata >> sussurrò.
Era basso e grasso. La maglietta era sporca di olio da combustibile. Teneva un piccolo straccio tra le mani. Sorrideva dietro ai baffi scuri.
Deglutii.
Dallo straccio estrasse un coltello da cucina affilato come una spada.
Indietreggiai, andando a sbattere contro il muro.
<< Che mi vuoi fare? >> balbettai.
Stupida. Domanda ovvia.
Ridacchiò in maniera così spregevole, che mi venne voglia di vomitare.
Alzò la mano con cui teneva il coltello.

Arriverà la tua ora. E’ arrivata adesso. Non puoi farci niente.
Un’idea.
Una sola maledetta idea per salvarmi la pelle.
Dovevo provarci.
Tanto sarei morta comunque.
Svelta, passai sotto il suo braccio sospeso in aria e corsi fuori dal bagno. Uscita, chiusi la porta.
Ero già fuori. Faceva freddo. Era ormai buio.
Cominciai a correre sull’erba.
Un motivo in più per odiare i bagni pubblici: sempre aperti e dannatamente deserti.
Udii la porta del bagno pubblico sbattersi. Era uscito. Accelerai la corsa.
Ti prenderà. Scappando l’hai fatto arrabbiare di più. Prima di ucciderti ti torturerà, per vendetta.
Le gambe stavano per cedere.
E’ poco. Dai che riesci ad arrivare alla strada. Dai, ce la fai. Credo in te.
Fermati.
Corri più veloce.
Raggiunsi la strada. Mi sporsi di più sul bordo, allungando la mano in segno di auto-stop. Nessuno si fermava. Cercai un posto un po’ più luminoso.
L’uomo stava per raggiungere la strada.
All’improvviso si fermò un auto. Abbassò il finestrino. Si sporse un ragazzetto, probabilmente aveva appena preso la patente. Ed era minorenne.

Anche tu sei minorenne.
Ma se li compie tra poco!
Infatti: per adesso è ancora minorenne.
Bah..
<< Bellezza, salta su >>.
Meglio morire.
No, no, no! Cos’aspetti? Sali con lui!
Dal finestrino si sporse un altro ragazzo, e poi si sentì la voce di un altro e.. Intanto avevano già bloccato il traffico.
<< Ragazzi, suvvia, non la spaventate così! >>.
Da dove arrivava la voce? Guardai dietro la macchina. Un ragazzo, l’avevo già visto prima, stava seduto su un motorino. Aveva solo un casco, lo aveva indosso. Lo tolse, e me lo porse.
<< Ehi
amica, vieni ti do un passaggio >>.
In che modo scegli di morire? Torturata o in un incidente?
Non posso che concordare con la mia collega.
Non seppi perché, forse perché l’assassino era dietro un albero a fissare tutta la scena, ma mi fidai del ragazzo e salii sulla sua moto. Indossai il casco.
<< Stringiti a me il più forte possibile >> mi disse, con voce dolce, << Siamo in ritardo per un concerto >>.
Mi strinsi a lui senza replicare. Poi mi fece piacere: adoravo i concerti e la musica era l’unica cosa che riusciva a rilassarmi.
La paura ti dà alla testa.
Dopo però torna subito a casa tua.
Non ricorda più dov'è casa sua.
Oh già, vero che aveva sbattuto la testa.
Il ragazzo partì. Anche quelli davanti erano appena partiti.
Quando arrivammo, il ragazzo scese e mi porse una mano. L’accettai e la strinse.
<< Andiamo a provare >>.
<< Provare cosa? >> domandai, in un sussurro.
Non rispose e cambiò argomento, preoccupato.
Con la mano sinistra mi accarezzò una guancia e aggrottò le sopracciglia.
<< Come mai sei così nervosa? >>.
<< Beh.. >>. Non feci in tempo a finire la frase, che vidi la faccia di un camion avvicinarsi mostruosamente a noi. Il ragazzo s’irrigidì e mi spinse via, poi caddi a terra e sbattei forte la testa contro il pavimento.
Lo dicevo io...


Autrice di questo capitolo: Pazzascatenata89

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martedì, 27 ottobre 2009
21:21
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Chapter nine




Quel giorno era un giovedì banale e grigio, e avevo l'impressione di dover passare una giornata terribilmente noiosa.

Avevo chiuso in faccia la chiamata con Tom e mi ero ripromessa di non sentirlo più, ma sentivo il bisogno bruciante di conoscere cosa fosse realmente accaduto, e per questo in fondo in fondo speravo mi richiamasse subito, passando ore e ore rigirandomi fa le mani il cellulare.

In classe l'atmosfera era dormiente: a parte le amichette di Cri che mi lanciavano occhiatacce perfide tutti gli altri parevano trovare le lezioni molto soporifere.

Durante l'intervallo mandai a quel paese (letteralmente) Max, e aspettai che la giornata scolastica si concludesse, in un modo o nell'altro.

Non appena squillò la campanella mi precipitai fuori dalla classe, e mi fermai solo quando, fuori dalla scuola, mi accorsi che pioveva in modo terribile, con tanto di tuoni e lampi.

Mi coprii con il cappuccio ma ovviamente non bastò, e in pochi secondi mi ritrovai completamente fradicia.

Un clacson colpì la mia attenzione e, voltandomi verso la fermata del bus, notai una macchina nera lucente e fin troppo appariscente: una BMW.

Rimasi a guardarla con l'acquolina alla bocca, e solo quando vidi il proprietario uscirne e sbattere la portiera con forza ritornai ad avere un'espressione normale.

Tom mi guardava con sguardo tagliente, coperto dal suo mantello nero e munito da un ombrello dello stesso colore, che mi ricordava tanto quello di mia nonna al funerale del marito.

-Non ti bagni, qua fuori?- mi chiese, allungandomi l'ombrello.

Lo guardai con curiosità, ma non mi mossi.

-Cosa vuoi?- chiesi, scostando dal viso alcune ciocche bagnate.

-Come cosa voglio!- esclamò, offeso. -Dovevo richiamarti, ma ho deciso di venire di persona. Per capire.-

-Capire? Tu?-

Lui annuì. -Sì. Sai, forse non te ne sei accorta, ma mi hai chiuso in faccia la telefonata.-

Ridacchiai.

Lui aprì l'ombrello, avvicinandosi a me e riparandomi.

Ebbi la tentazione di abbracciarlo e chiedergli cosa cavolo avesse combinato e soprattutto perchè, ma rimasi impassibile, senza neppure rifiutare il suo riparo.

-Io non ho capito perchè tu l'abbia fatto, né perchè tu fossi stata così ostile nei miei confronti... Se c'è in mezzo un altro ragazzo puoi dirmelo: ci rimarrei malissimo ma non ti mangerei mica.-

Arrossii, poi mi morsicai un labbro.

-Sei TU che mi devi spiegare! Innanzitutto perchè mi hai telefonata a quell'ora, se sapevi benissimo che ero a scuola, poi...-

-Ehi, è stata Irina, quindi non è affatto colpa mia!- m'interruppe, brusco.

Raggelai: allora si chiamava Irina, e aveva il coraggio di parlarmene come se nulla fosse! Evidentemente per lui era normale!

-...Irina?- ebbi solo la forza di balbettare.

-Sì, certo, mia cugina.- spiegò.

Risi amaramente. -Cioè, tu vorresti farmi credere che tua cugina mi avrebbe telefonato, che poi al telefono chi ti dava fastidio e ti toccava era sempre lei e che quindi mi hai promesso di richiamarmi per tua cugina??-

Lui mi appoggiò una mano sulla spalla, serissimo. -Esattamente, Vera. Irina è figlia di mio zio. Vivono in campagna e io ogni tanto li vado a trovare. Erano tanto affezionati a mio papà, prima...-

Spalancai gli occhi, completamente confusa.

-Vieni, entra in macchina.- m'intimò. -Ti spiegherò lì.-

Ci sedemmo sui sedili anteriori e lì, finalmente, si confidò con me:

-I miei genitori sono morti pochi anni fa in un incidente d'auto. O almeno così hanno raccontato a me e Matteò, mio fratello minore. Ora viviamo con nostra zia Susanne, sorella di mia madre, ma ogni tanto facciamo visita anche agli altri. Ero andato dal fratello maggiore di mio padre, Bob, e sua figlia Irina... ma io e lei ci odiamo: passiamo la vita a farci dispetti. Dev'essere per questo che ti ha chiamata.-

Io mi sentivo morire: avevo sospettato così ingenuamente del mio ragazzo? Perchè?

Forse perchè ero con Max, in quel momento...

Ma Tom non aveva ancora finito di parlare:

-Quando invece quella notte eri ubriaca ti ho portato nella casa del migliore amico di mio zio...Io e Fred (il proprietario della casa) siamo ottimi amici, e per questo lui mi ha lasciato le chiavi di casa sua. “Se ne avrai mai bisogno, usale!” mi aveva detto, e io l'ho fatto. Non è colpa mia se un biondino che ti aveva messo le mani addosso l'ha riferito a quella cretina della tua amica!-

Sentii il ribrezzo con il quale appellava i due personaggi e mi sentii colpevole: in fondo lui mi aveva detto tutto, mentre io...

-Cavolo, Tom, scusami!- esclamai, in lacrime.

Lui mi fissò, sorpreso. -Di cosa? Di non sapere tutta la mia vita?-

Non risposi e mi augurai che lo prendesse per un sì, poi gettai le mie braccia al suo collo, improvvisamente felice e sollevata.

Lui ricambiò l'abbraccio con calore e poi mi accarezzò il volto ancora bagnato dalla pioggia.

-Comunque il biondino si chiama Max.- aggiunsi, piano.

Lui si scostò appena, giusto per guardarmi negli occhi.

-Max?-

Sapevo cosa stava pensando: se conoscevo quel nome ci avevo parlato quasi sicuramente, e ciò non poteva che irritarlo.

-Come sai che si chiama Max?-

Sospirai.

-Ci ho parlato.-

-Ah.-

Sentii le mie mani che gli circondavano il collo terribilmente fuori posto, come il mio volto a quella vicinanza dal suo, ma non osai spostarmi per non offenderlo.

-Beh, mi sembra che chi me debba delle spiegazioni, in fondo, sei sempre tu.- Borbottò lui, sciogliendo l'abbraccio e appoggiando le mani sul volante.

-Oh, Tom, perchè quel ragazzino ti irrita tanto? Lo sai che non provo assolutamente nulla per lui...-

-No, non lo so.-

-Tom, sai che ti amo!-

Lui mi guardò negli occhi, come per accertarsi che fosse la verità.

-Forse.- ammise.

-E allora? Perchè dovrei cercare qualcosa da un altro?-

-Non lo so.-

Sbuffai. Quel discorso era pericoloso e non portava da nessuna parte.

-Eri venuto a prendermi?- chiesi, per cambiare argomento.

Lui annuì, taciturno.

-Beh, temo che i miei genitori saranno parecchio preoccupati per me.-azzardai, accarezzandogli un braccio.

Lui mi guardò per un attimo sconcertato, poi sorrise ed annuì.

Fece partire il motore e avviò l'auto in direzione di casa mia.

Eravamo quasi arrivati che vidi l'auto dei miei genitori sfrecciare in direzione opposta alla nostra, e riconobbi mia madre col vestito buono che usava per i viaggi seduta al fianco di papà, che mentre guidava gesticolava ampiamente.

-Oddio!, sono loro!- bisbigliai, rannicchiandomi sul sedile.

-Loro chi?- mi chiese subito Thomas, preoccupato.

-I miei! Non ti voltare, però!!-

La macchina passò oltre senza che miei genitori si accorgessero di me, e io ringraziai le divinità celesti per aver avverato i miei desideri.

-Dove andavano?- mi chiese Thomas, già sotto casa mia.

-Accosta pure qui... Non lo so, saranno andati come sempre a lavorare. Vanno e vengono così, sai.-

Lui mi guardò perplesso, ma poi accostò dove gli avevo accennato e fu tutto preso dalle manovre.

Finalmente fermi, scendemmo dal mezzo.

-Quindi...i tuoi non ci sono?- chiese lui.

Sorrisi, maliziosa.

-No. La casa è tutta per noi!- esclamai, improvvisamente allegra.

Tom rise alla mia reazione e mi seguì mentre cercavo di aprire il portone con le chiavi di casa.

Salimmo le scale di corsa, e ci fermammo al secondo ostacolo, ovvero la porta d'ingresso.

Trovai le chiavi e ci misi qualche minuto, sentendo Tom che, alle mie spalle, derideva la mia goffaggine.

-Eccoci!- esclamai, quando finalmente la porta si spalancò di fronte a noi.

Thomas rise e mi sorprese appoggiando le sue mani attorno ai miei fianchi.

Imbarazzata, da prima non mi mossi, poi entrai come se nulla fosse accaduto, e gli presentai la sala e lo stretto corridoio che portava alla mia cameretta.

-...e qui c'è camera mia!- aggiunsi, indicandogli la porta decorata da poster infantili.

Lui mi sorrise, incitandomi ad aprirla.

Trattenni il fiato e sperai con tutto il cuore di aver tolto almeno le mutande sporche dal pavimento.

Aprii la porta e la camera in tutto il suo disordine si presentò ai nostri occhi.

-Ehm...-mormorai solo, imbarazzata. Poi mi precipitai all'interno e raccattai il più velocemente possibile i reggiseni, le calze, le mutande, i peluches e tutto ciò che intralciava il cammino su quel pavimento stracolmo.

Preso tutto quanto, lo gettai nel mio armadio e poi rivolsi un sorriso accogliente a Thomas.

Lui mi guardò, le sopracciglia inarcate e la bocca aperta, ma poi ricambiò il sorriso ed entrò come se si trovasse in un lussuosissimo museo d'epoca.

-Allora?- domandai, ancora ansante.

Lui per tutta risposta mi abbracciò e mi concedette un bacio sulla fronte.

Ero al colmo della felicità: Tom non mi aveva tradito, mi aveva spiegato tutto o quasi e ora mi abbracciava in camera mia.

Cosa si poteva chiedere di più? Speravo solo che quel momento durasse il più possibile, e che niente e nessuno lo rovinasse.


Mangiammo ciò che mia mamma si era curata di lasciarmi in frigo, e nel bigliettino che trovai vicino al telefono lessi che sarebbero tornati “non prima di dopodomani sera. Fino ad allora NON potrai andare fuori per feste, o con ragazzi sconosciuti. Quando torneremo ne potremo discutere, ma prima cerca di non fare danni.”.

Mi sentivo baciata dalla fortuna.

Dopo pranzo Tom mi costrinse a fare i compiti di scuola, ma fu ugualmente divertente poiché lui stesso mi aiutò, e fu allora che scoprii che era terribilmente secchione, il che era solo un bene, perchè, come mi aveva promesso, mi avrebbe aiutato quando avrei voluto.

Dopodichè sembrava che fosse giunto il momento di rilassarsi, i compiti finalmente finiti e una compagnia strepitosa.

-Tu dormi al pomeriggio?- chiesi.

-Il pisolino, intendi?-

Annuii, sorridendo.

-Veramente no, ma farei volentieri un'eccezione...-

Risi.

-Ok.-

Ci sdraiammo sul divano della sala, e cercammo una posizione comoda.

Quando finalmente la trovammo, però, (io sdraiata su di lui, soffocandolo, e lui senza lamentarsi di nulla) il sonno parve essere l'ultima delle preoccupazioni.

Cominciammo a parlare, dapprima chiedendoci a vicenda le vecchie storie e i vecchi amori, dove scoprii che Tom, prima di me, era sempre stato con ragazze più grandi, delle poco di buono, l che mi stupì molto, poi passammo a situazioni presenti, ben più serie.

-Non è la prima volta che dormiamo assieme.- constatai, giocherellando con un filo della sua felpa.

-Beh, se questo lo chiami dormire...-

Ridacchiai.

-Ti avevo poi detto quanto si è arrabbiata mia mamma nel sapere dove avevo passato la notte?- chiesi.

Lui scosse la testa.

-No, ma lo immagino... non ti avrà mica mandato da un dottore!-

Io annuii, pensosa.

Tom sbuffò, inondandomi con il suo alito caldo.

-Scusami, lo so che avrei dovuto portarti subito a casa, ma sono stato terribilmente egoista...-

Lo guardai, stupita. -Ma cosa ti scusi! Mi hai solo fatto piacere!-

Lui sorrise, e mi accarezzò il volto.

-Sai, parlavi nel sonno...- mormorò.

-Oh, davvero?-

-Sì. Credo che quella notte tu mi abbia sognato. Mi chiamavi con insistenza per nome e sembravi anche terrorizzata.-

Rabbrividii.

-I miei incubi...- borbottai.

-Ne hai tanti?-

-Beh...praticamente tutte le notti. Ma ormai non ci faccio quasi più caso: ci sono abituata.-

Tom era preoccupato, cercava i miei occhi per farmi capire coi suoi che non era felice di come stavano le cose.

Ma non volevo ricambiare quello sguardo, non volevo rovinare quel momento.

-Non è che forse dovresti andare da uno psicologo? Dicono che curino anche i sogni.-

Sbuffai.

-Io da uno strizzacervelli? Per farmi dire che sono stressata, ho bisogno di calmanti preziosissimi dal costo di tremila euro la boccetta?-

Tom ridacchiò ma poi tornò in fretta serio, e mi disse, sussurrando:-Se è un problema di soldi posso pagare io...-

Divenni immediatamente furente di rabbia, scostandomi un poco da lui.

-Non ho mica bisogno di soldi, sai?- sibilai.

Lui arrossì, capendo immediatamente di aver sbagliato.

-Scusa scusa...davvero, è che di problemi come questi se ne occupa mio zio e...-

-No, grazie.-

Trattenni parole che mi avrebbero fatto passare sicuramente dalla parte del torto e forzai un sorriso.

Sentii la mia coscia destra cominciare a vibrare e presi immediatamente il cellulare, ancora prima che la suoneria partisse.

-Pronto?- feci, ansiosa.

-Pronto, sono Cri.-

Mi sentii male. Lanciai un'occhiata a Tom e mi alzai.

-Cosa vuoi?-

-Nulla di concreto. Solo... mi mancavi.-

Risi.

-Sai, non sembrava proprio! Con le tue amichette non avete fatto altro che prendermi in giro!-

-Sì, appunto!-

-Appunto che? Così cercavi di riconquistare la mia fiducia così??-

-No. Ma è conosciuto: chi prende in giro è invidioso. Io avevo bisogno di te e cercavo di dimenticarti odiandoti. Ma non ci sono mai riuscita.-

Sentii Tom sbuffare ed immaginai cosa pensava.

Mi avvicinai alla finestra e scostai una tenda, illuminando la sala.

-Oh... e cosq ti spinge a questa inusuale confessione?-

-Vera, è morto mio padre.-

Rimasi senza parole, interdetta.

Guardai con orrore Tom e lui ricambiò con occhi a forma di punto di domanda.

-Ommioddio, Cri...mi dispiace un sacco!! Ma quando è successo??-

La mia voce era alterata, incredula.

-Pochi giorni fa. Ha avuto un attacco di cuore.-

La sua voce, invece, era piatta ed impassibile.

Solo allora ricordai che da qualche giorno, effettivamente, la mia ex-amica era assente da scuola.

-E...e tu ora dove sei??-

-A casa. Mamma piange da quando è morto senza fermarsi.-

Mi si strinse il cuore pensando a quella donna che avevo odiato tanto e immaginandola sul letto in lacrime.

-È orribile!! Davvero, Cri, mi dispiace un sacco!!!-

-Non dirlo a me. Non ho ancora avuto la forza di piangere.-

-Beh, non è obbligatorio...-

-No, invece. Tutti i parenti mi guarderanno male al funerale. Oh! Non ci voleva proprio che papà...-

-Tranquilla, io ci sono. Vuoi che venga a casa tua?-

Thomas si era alzato e mi guardava male, avendo capito che parlavo con Cri.

Stranamente, mi dissi, tutti odiavano Cri: i miei genitori, mio fratello Jonathan* che le poche volte che sentivo dal college mi chiedeva con ironia come stava la mia amichetta, e persino Tom, l'angelico e buono Thomas era capace di odiarla.

-Sì...se potessi mi faresti un gran piacere, davvero.-rispose Cri.

-Ok, sarò lì fra un secondo.-

-Ciao.-

-Ciao, a subito.-

Riattaccai.

-Cosa voleva la peste?- chiese Tom, ironicamente.

Lo fulminai con lo sguardo.

-È morto suo padre, Tom.-

Lui mi guardò improvvisamente mortificato e serio.

Com'era facile far cambiare espressione sul viso delle persone, mi dissi, aspettando una sua reazione.

-È per questo che vai da lei?-

Annuii.

-E se non fosse vero? E se lo dicesse solo per riaverti nelle sue grinfie?- azzardò lui.

Una seconda volta la mia ira lo incenerì da capo a piedi e lui arrossì all'istante.

-NO!!...se io andassi tu non mi aspetteresti qui né verresti con me?- chiesi poi, riaddolcendomi come se nulla fosse accaduto.

-Di andare a casa di Cri non ci penso neanche...ma se vuoi posso tornare da te per cena. Matteò si starà preoccupando...- rispose.

Annuii, sollevata di aver trovato una soluzione.

-Ok, allora io vado a prepararmi. Tu prendi le tue cose...usciamo di qui assieme?-

-Certo.-

-Ok. Vado in bagno...-


Presto sarei arrivata da Cri e non sapevo proprio come comportarmi.

Mi ero vestita di nero e avevo tolto la matita che avevo messo, e mi preparavo a sorbirmi i suoi monologhi che forse sarei riuscita ad ascoltare.

Avevo salutato Tom con un bacio a fior di labbra e gli avevo chiesto di farmi uno squillo non appena avrebbe raggiunto le vicinanze del mio palazzo.

Scesi dall'autobus che avevo preso e corsi al portone della casa di Cri, temendo di essere arrivata in ritardo.

Suonai il citofono e dopo pochi minuti il portone si aprì. Salii con l'ascensore e trovai la porta d'ingresso spalancata.

Entrai e vidi la madre di Cri come non l'avevo mai vista: gli occhi rossi e gonfi, i capelli arruffati e fra le mani chili di fazzoletti bgnati.

-Oh, Vera!, Grazie al Cielo tu ci sei ancora!!- esclamò con voce rauca, e mi corse in contro abbracciandomi.

Rabbrividii e sorrisi, comprensiva.

Ciò che mi aspettava non era certo nulla di allegro.

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NOTE:

*Jonathan è il fratello maggiore citato nel secondo capitolo, dove ho da poco aggiunto che per tre mesi si era trasferito in America in un College.


RINGRAZIAMENTI:

Grazie mille alle quattro recensitriciiii!!!!!!!!!!!


E ringrazio anche i/le otto che hanno salvato la mia storia fra le preferite e anche fra le seguite!!!



Fatemi sapere le vostre opinioni su questa storia. I consigli sono sempre ben accetti!

Al prossimo capitolo, per chi ci sarà =)

Arrivederci!!

sabato, 29 agosto 2009
00:10
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SETTEVITE


pian piano la ragazza fece scorrere le dita pallide si fogli candidi. Era indecisa, quale scegliere?”


A tutti coloro che non accettano la sorte destinata alla propria vita.



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PRIMA VITA


Lunedì 5 settembre


-Katy!! Vieni a vedere chi c’è!!!

Ancora la solita, noiosissima, orribile visita: Luis.

Luis era l’amante di mamma da quando Matteò era partito, ma diciamo che più che altro se la tirava con tutte, me compresa, perciò non era poi un bell’acquisto come pareva a mamma, che se ne vantava tanto spesso con le vicine da far venire il voltastomaco.

E poi non dormivano mica insieme…no!, e mamma non replicava.

Ora, non sarei tanto indignata se Luis non volesse dormire con mamma per problemi personali, ma il vero motivo è che vuole tenersi libero per le sue amiche, che casomai non si presentassero c’ero sempre io.

Sapevo che quando una di quelle dame, ritirandosi, si lamentava di uno strano mal di pancia, o di un sonno terribile, o di altri malori possibili, intendeva dire a Luis che quella era una notte da escludere alla lista delle sue porcate.

La prima volta che ha bussato alla mia porta quasi non ci credevo: ero piccola, stupida ma, soprattutto, avevo una cotta per lui.

Non capivo che se veniva da me era solo perchè non aveva altre da torturare, non capivo che quello era un uomo finito e forse mai iniziato che non chiedeva dalla vita altro che una copertura (mia madre) e la possibilità di concedersi qualche scappatella di notte.

Che pena.

Potrei spifferare tutto a mamma senza problemi, ma non l’ho mai fatto.

Forse anche solo per uno strano senso di giustizia, o forse più semplicemente perché questa situazione mi piaceva.

- Hai visto chi è arrivato? È Luis!!-

Ma che cretina che sei, mamma, davvero non ti sei ancora accorta di nulla?

- Buona sera madamoiselle…

- ‘Sera monsieur Luis.

- Starà qui fino a domani, sei felice Katy?

Annuire non basta , mamma, ma forse è meglio che t’accontenti.

I due amanti si diressero alle cucine per ordinare il pranzo di quel giorno alle cuoche, mentre io mi allontanai verso la mia camera.

Lì stetti alla toeletta per un’ora intera, scegliendo fra le varie acconciature che mi permettevano i miei lunghi capelli che tanto bramavo.

Certo non ero sola: mi aiutava Henriette, la negretta che viene dritta dritta dall’Africa del deserto…un bel cambio di società per lei, poverina.

Dicono che aveva un figlio, laggiù, ma non ci credo, come potrebbe alla sua prematura età?

Avrà all’incirca quindic’ anni, e in teoria si dovrebbe partorire dai diciotto in su, per essere dabbene, ma chissà come sono abituati, nel deserto.

Ecco che squilla la campana: è pronto il pranzo.

Scesi le scale di corsa, seguita dai passetti di Henriette.

Giù le cuoche servivano pollo arrosto con patate, banalissimo.

Arrivavano timide le risate di Luis e di mamma, affiancate dal rumore delle stoviglie.

Aprii la porta della sala da pranzo facendo un po’ più di chiasso per farmi sentire.

Arrivò subito l’amante ad accompagnarmi alla tavola, come se ce ne fosse bisogno, e mi si sedette a fianco.

Lui si era già servito, e ora mi osservava lisciare il tovagliolo candido e ordinare una smilza coscetta di pollo che sbucava dal pentolone fumante retto dalle serve di mamma.

Passai l’intero pranzo in silenzio, ad ascoltare le sciocchezze che diceva mamma per far ridere Luis.

Mamma, poveretta non era per nulla umoristica, né tanto meno romantica: era una vedova che parlava, ahimè, da zitella, e la conversazione si salvava solo grazie ai commenti di Luis.

Dopo il pollo servirono diverse pietanze fra cui tremila tipi di creme e cremine ignote, ed infine un gran dolce al cioccolato.

Mangiammo praticamente in silenzio, a parte alla fine, quando mamma s’allungò a descrivere come lavorava la sua parrucchiera, particolareggiando sulla morbidezza del suo tocco e tante altre cavolate del genere.

Presto mi stufai, e chiesi il permesso d’alzarmi da tavola prima degli altri.

Una volta in camera mia avrei potuto leggere un romanzo che m’incuriosiva sempre di più.

Si trattava di un libretto minuscolo, qualità che apprezzavo perché leggere sempre lo stesso libro per giorni e giorni non m’ispirava affatto, con la copertina rossa fiammante.

L’avevo comperato con i miei soldi dal libraio in corso Venezia, nella bottega affianco alla parrucchiera di mia mamma, senza dirlo a nessuno.

Mi era parso un po’ costoso per la sua grandezza, ma m’incuriosiva talmente che lo volli prendere.

Oppure, al posto di leggere, avrei potuto suonare un po’ al fortepiano di nonna Juliette.

Mi piaceva suonare, ma forse avrei disturbato chi voleva dormire.

Al massimo avrei potuto ricamare un bel quadro.

Come faceva mamma da giovane...

Li ho visti, i suoi quadri: sono magnifici; alcuni rappresentano paesaggi invernali, e lì mamma utilizzava fili grigi, bianchi o celesti, e di questi ce n’erano diverse sfumature, oppure c’erano quadri di natura morta.

Non pretendevo di fare capolavori del genere, non avevo voglia di mettermi a ricamare seriamente come diverse mie amiche...

Mi sarei accontentata di un quadretto, ma avrei dovuto procurarmi qualcosa da copiare.

Il volto di Luis?

Sarebbe una bella idea, così consolerebbe mamma quando lui non c’è.

Ma avrei tempo fino a domani.

Troppo poco.

Intanto attendevo la risposta di mamma per correre a trovare qualcosa da fare, ma pareva non mi avesse sentito.

D’altronde lei odiava quando le chiedevo di alzarmi prima degli altri, e poi mi sgridava che ero maleducata e bla bla bla, ma oggi c’era Luis, non si sarebbe certamente azzardata ad alzare la voce, o sì?

Sbuffai il più forte possibile, catturando l’attenzione di mamma per un nanosecondo.

Non sapevo quale reazione avrebbe potuto comportare un minimo di maleducazione, forse solo del bene...

Sicuramente è un bene insister quando non ti si ascolta.

-Allora? Posso salire in camera mia?-

Ancora nulla.

-... e poi sai cosa mi ha detto? Che se volevo farmi pettinare nel centro di una città di lusso come Parigi quello che mi chiedeva era decisamente poco!

Sbuffai, ancora quella stupida parrucchiera.

Ora vediamo se la smette.

Presi tutto il fiato necessario per farmi sentire e dissi, cercando di scandire bene le parole:-Oh, perché non mi stai mai a sentire? Posso ritirarmi?-

Mamma tutt’un tratto tacque, alzando un sopracciglio come per fingere d’essersi accorta solo allora che le avevo parlato.

Luis mi guardò, attendendosi un urlo isterico, qualche lacrima e un “Ma perché non mi state a sentire??”, invece tacqui, finchè mamma non sospirò, pronta a parlare.

-Scommetto che tu non abbia capito nulla di ciò che ti ho chiesto.-borbottai, togliendole la parola.

-Cioè di ciò che mi hai urlato.-replicò lei, sempre con la risposta pronta.

M’alzai, indignata: non sopportavo quando mia mamma mi rispondeva con quel tono.

Ma chi era lei per parlarmi così?

Sicuramente alla sua età con la mia educazione (a mio parere fin troppo gentile) sarei certamente andata lontano, mi sarei costruita una vita e una famiglia da gran signora, non certo come è finita mia madre!

E poi noi dobbiamo portare rispetto ai genitori, ma loro? Che ci ascoltino e tacciano.

Luis mi guardava, il suo solito sorrisetto malizioso sulle labbra, come di chi si aspettava da secoli una scena del genere.

-Non v’arrabbiate per così poco...-mormorò, cercando inutilmente di salvare la situazione.

Sapevo bene come sarebbe accaduto normalmente: mamma si sarebbe messa a strillare ramanzine su ramanzine inutili e poi si sarebbe messa a piangere.

Io non dovevo fare molto, avevo una parte facile facile: mi sarebbe bastato tapparmi le orecchie e lasciarla urlare a vuoto, e poi sarei dovuta andarmene di sopra, come se niente fosse.

Ma oggi c’era un nuovo personaggio, tutte le nostre azioni sarebbero ruotate attorno a lui, e chissà cosa sarebbe accaduto.

La cosa, anziché impaurirmi, mi eccitava.

Il silenzio si raddensava ad ogni respiro e, lo vedevo, attanagliava la gola di mia mamma che era così tanto abituata ad urlare che ora taceva, muta.

Inaspettatamente Luis scoppiò in una risata fragorosa e, all’improvviso, mamma cominciò a piangere, mentre io , sconcertata, attendevo che mi venisse data la parte in quello spettacolo così strambo.

Sapevo solo che mi ero stufata di stare in quel palcoscenico di rumore e bugie, quindi tanto valeva salire in camera mia, ma non sapevo come, non essendomi stata assegnata ancora la parte.

Taqui, immobile.

Poco dopo Luis si alzò, e mi fece cenno di salire, mentre lui e mamma sarebbero stati a discutere sulla mia maleducazione.

Obbedii, tanto sapevo che Luis avrebbe difeso me.

Sola, in camera, mi gettai sul letto, scompigliandomi tutta.

-Ma che me ne importa della pettinatura?-dissi ad alta voce,- in verità non me ne importa niente, né dei miei stupidi capelli, né delle regole, né di mia mamma e né della mia futile vita.

Dormii, e non sognai nulla, come al solito, ma mi svegliai sentendo i passi di Luis salire le scale e fermarsi davanti alla mia porta.

Non attesi che bussasse, riconoscevo i suoi passi alla perfezione.

-Entra- mormorai, alzandomi.

Luis entrò.

Ora avrebbe dovuto dire qualcosa, qualcosa del tipo “oh, mia piccola bambolina, non mi dirai che sei arrabbiata, vero?”

Oppure, “Bei capelli, signorina!”

O, ma non credo, “tua mamma ha smesso di piangere, perciò sono venuto da te.”

Invece, avvicinandomisi lentamente, sussurrò:-Fra poco parto. Tua madre sa...-

Lo guardai, partiva? Oggi? Il ricamo era saltato definitivamente. Non che ci tenessi, ovvio, ma un po’ mi dispiaceva.

-Ho litigato con tua madre, e le ho detto tutto.- aggiunse, non essendo sicuro che avessi capito del tutto.

Alzai le spalle e gli accarezzai il volto stanco.

No, infatti, non avevo capito: avrei dovuto fare più attenzione a quel “tutto”.

Lui tacque, in attesa che afferrassi,

Aggrottai le sopracciglia: tutto cosa? Cosa c'era che mamma non sapeva?

Capii.

Lo guardai con occhi sbalorditi, e fui tentata di mollargli un ceffone.

Ero fritta: mamma mi avrebbe fucilata, amava tanto Luis,e ora per colpa mia era tutto distrutto.

Guardai ancora una volta Luis negli occhi, con sguardo sconsolato.

-Mi dici dove scappo, ora?- chiesi, stringendomi a quell’uomo che forse non avrei mai più rivisto.

Luis scosse il capo tristemente.

-Forse ti conviene restare qui e dimenticare tutto.- disse.

-Se rimango mi sarà più difficile dimenticare.- replicai.

Luis scosse il capo, sospirando.

Ero triste, tremendamente triste, e sentivo che lo era anche lui, come me.

Rimanemmo per un po’ in silenzio, poi si sedette, facendomi cenno d’imitarlo.

Mi sedetti di fianco a lui.

Non era giusto che, così di botto, finisse tutto.

Che scopo avrebbe avuto la mia vita, allora? Senza né Luis né segreti da nascondere?

Sarebbe stata una vita tremendamente noiosa e monotona, una di quelle in cui si vive solo pensando a ricordi lontani, a fruscii di lenzuola, a poesie mormorate nascosti su d’un albero, sensazioni indimenticabili...

No, non volevo una vita del genere, anche se tutti parevano inclini a farmela vivere.

No, non la volevo proprio.

Ora Luis sarebbe andato lontano, e non lo avrei più rivisto.

E io non lo avrei seguito.

Poi magari mamma m’avrebbe chiusa in convento, per facilitare le cose, e si sarebbe cercata un altro fidanzato.

Magnifico, davvero.

Luis si scosse un poco, poi s’alzò, cupo.

-Aspetta!-lo fermai.

Mi alzai anche io, alla sua altezza, e mi protesi verso il suo volto.

Leccai le sue labbra secche, poi, premendo il mio corpo contro il suo, lo baciai.

Fui felice di sentire che le sue mani, fino ad allora considerate troppo lunghe, mi palpassero i seni, le cosce, il ventre...perchè quella era l'ultima volta.

Fui felice anche quando mi strinse a sé con una forza esagerata, trattenendomi per i capelli.

Poi, di botto, quando la situazione poteva trasformarsi in qualcosa di più grosso, lui si allontanò.

-Ora devo andare. La carrozza mi starà aspettando.-disse, col fiato corto.

Annuii, cercando di frenare le lacrime che mi offuscavano la vista.

Lo salutai con voce flebile, accompagnandolo alla porta della camera, poi lasciai che se ne andasse via, abbandonandomi sul letto.

Mi misi a pensare, rivedendo con la mente tutte le scene della giornata, sentendo ogni voce parlare come se ancora stessero parlando...

Tesi l’orecchie, sentendo che effettivamente qualcuno parlava.

Sentii l’inconfondibile voce di mamma gridare insulti a Luis, e mi godei quello spettacolo dalla finestra, vedendoli molto più in basso: lui vicino ad una carrozza, e lei trattenuta dalle serve.

Sorrisi, felice di aver visto mamma, mia grande fonte di disperazioni, urlare a squarciagola e piangere per un uomo che le avevo tolto anche io.

Luis salì sulla carrozza e questa partì, ma in fondo al vialetto, prima dei platani ombrosi che circondavano la nostra casa, lo vidi sporgersi da un finestrino, trafficando con la tenda in velluto, e togliendosi il cappello.

Mi guardava, mi sorrideva, mi salutava.

-Ti amo, Katy, e come è vero che ti amo giuro che un giorno tornerò a prenderti, ovunque tu sia!-, gridò, poco prima di ritirarsi all'interno della carrozza, nel timore di cadere.

Lo salutai, piangendo, anche se sapevo che tutte quelle parole, si sarebbero perse nell'aria, lasciando vivere me nella speranza, e mia madre nel dolore.

Se immaginavo che sarebbe andata a finire così?

Sì, ma probabilmente non avrei mai voluto ammetterlo.

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Allora, questo è il primo giorno della settimana di giorni di vite diverse che lo seguiranno...Ambientato nell'inizio Ottocento, in Francia, fra serve, carrozze ed intrighi amorosi.


Il secondo giorno verrà ambientato Inghilterra, e la protagonista sarà una studentessa della fine Ottocento-inizio Novecento, e la situazione sarà ben diversa.

Ma l'amore, come in tutte le mie storie, sarà il tema principale di questa ff.


Recensite numerosi^^

Ciau

giovedì, 23 luglio 2009
00:23
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Categorie del post: Grazie per i vostri commenti|commenti
Ecco a voi il settimo capitolo di questa ff. QUi si parlerà del rapporto con Cri, continuando dal punto in cui vi avevo lasciate nello scorso capitolo, e, nella seconda parte, del famoso quasi-ragazzo di Cri che ci provava con Vera alla festa.
È un po' più lungo rispetto ai capitoli precedenti, ma vi pregherei comunque di avere buon cuore e leggere fino in fondo, dove ci saranno i ringraaziamenti e l'anticipazione del prossimo capitolo.

BUONA LETTURA!!!!!!!!!!!!!!!




Capitolo settimo



Rimasi immobile, come pietrificata, difronte all'immagine di mia madre vestita con l'abito buono che come sempre sgualciva nel viaggio e di mio padre, con gli occhiali sulla punta del naso e lo sguardo accigliato e stanco.

Perchè loro?

Perchè adesso?

Deglutii, dandomi la forza necessaria per parlare.

-Oh, come sono felice di vedervi!-, mugugnai, con un tono pateticamente falso.

Mia madre sbuffò e mi lanciò uno sguardo poco felice, poi mi spinse da parte e si fece largo per entrare e posare le valige che le pesavano in mano.

Papà mi squadrò da capo a piedi come faceva di solito, e poi scosse la testa, facendo traballare gli occhialucci.

-Perchè quel rossetto e quell'acconciatura?-, mi chiese, la voce offuscata perchè già di spalle per entrare all'ingresso della casa.

Mi morsi un labbri e feci una smorfia, ma poi cercai di rispondere con un tono di voce il più possibile innocente:-Vedi, volevo uscire con Cri, ma ora che ci siete VOI, le dovrò telefonare e avvertirla...cioè, per rimandare.-

Entrai anche io e chiusi la porta alle mie spalle.

Papà si tolse il giubbotto e l'attaccò all'attaccapanni.

-Se siamo così tanto d'intralcio possiamo anche andarcene...-, mi disse, col suo solito tono diffidente.

-Ma no papà, dai sai che vi aspettavo con ansia...capita raramente che ci siate tutti e due insieme!-, sbottai.

Il mio vecchio si limitò a sospirare, sempre diffidente.

E faceva bene, perchè di lì a poco, se non mi sbrigavo, sarebbe comparso Thomas, e allora io che cavolo di figura ci facevo?

-Senti, allora adesso chiamo Cri, poi torno subito, ok?-, dissi, agguantando già il telefono e cercando fra le chiamate effettuate.

La mamma arrivò e si tolse le scarpe, guardandomi torvo.

-E perchè telefoni a Cri?-, mi chiese.

Sbuffai: con loro bisognava sempre ripetere le cose due volte.

-Spiegaglielo tu, pa', io ormai sto chiamando.-

Mamma guardò torvo anche papà, ma lui scosse la testa, e se ne andò a sistemare la sua valigia.

Io corsi in camera mia e sperai che nessuno ascoltasse la mia chiamata.

-Pronto?-, rispose Tom, ignaro.

-Pronto, Thomas?-, risposi io, sussurrando.

-Senti-,proseguii ,-invito rimandato: sono tornati i miei genitori!-

Sentii uno sbuffo carico di delusione.

-Ma non potevi dirmelo prima? Ormai sono sotto casa tua!-

Non risposi, sperando che capisse.

-Ok, ti dispiace ma non puoi farci nulla...tipico...-

-Scusa!- squittii.

-Non fa nulla, almeno ti ho sentita al telefono prima di partire...-

-Di partire?? Quando? Dove? Perchè?-

Udii una risatina nervosa.

-Ma, Vera, anche io ho la mia famiglia! Domani parto per tutta la settimana e vado da mia zia in campagna... nulla d'invidiabile, insomma.-

Questa volta fui io a sbuffare.

-Su, dai, tanto con i tuoi genitori non saremmo riusciti a vederci comunque!-, cercò di consolarmi.

-Oh, no, i miei partiranno forse domani o dopodomani, come sempre: loro non si fermano più di due o tre giorni! E poi potevi camuffarti da Cri!-

Thomas rise.

-Mi dispiace, ma non dipende da me.-, si limitò a rispondere.

-ma uffa!, pensavo non venissero i miei!-

-Eh, cara Vera, “stultum est dicere putabam!”-

-Grazie, il latino sistema tutto.-

-Ma certo!-

-E poi c'erano delle cose che volevo chiederti,come per esempio che rapporto hai con lo zio di Cri e perchè mi hai portato nella sua casa, e...-

-Uh, quante cose! Ascolta, ora devo proprio andare...tu non ti preoccupare e fai la brava con i tuoi genitori. Poi tanto avremo tempo per le domande difficili, te lo prometto.-

-Sì, come no.-, ribattei,.

-Dai, fidati di me. Ciao!-

-Ciao.-, borbottai, delusa.

Era stata una brutta telefonata: non potevo vederlo per una settimana, lui partiva chissà dove e chissà con chi e non aveva neppure risposto alle mie domande.

Pensai con desolazione che mi aspettavano delle lunghe, delle lunghissime giornate di attesa, da trascorrere niente popò di meno che con i miei fantastici e divertentissimi genitori...

Mi gettai sul letto e cercai di dimenticare tutte le ingiustizie che la vita mi riserbava, consolandomi col fatto che al massimo sarei sempre potuta andare in piscina con Cri.

Ridacchiai nervosamente, poi udii la porta di camera mia aprirsi.

-Vera, non vieni ad aiutarmi?Stavo preparando il pranzo, e se non sai che fare...puoi sempre darmi una mano.-disse la voce di mia madre.

Chiusi gli occhi. Sentivo la presenza di mia madre, ma sarei riuscita molto facilmente a definire immaginaria quella sensazione, a cancellare la sua persona, sostituendola con chiunque altro o, ancora meglio, con il vuoto assoluto.

Così sarei riuscita ad eliminare altre persone, e tutti gli oggetti che mi circondavano...

E quindi sarei rimasta nel vuoto più assoluto.

Se il mondo intero, se ogni sua filosofia, ogni sua particella, ogni sua inventiva non fosse altro che un capriccio della mia immaginazione? Allora, pensai, il vero mondo è solo un grande, un enorme vuoto, e io ci galleggio dentro.

Rabbrividii.

-Vera?-, balbettò mia madre, preoccupata.

Aprii gli occhi di scatto, e trovando ogni cosa al proprio posto sorrisi, rincuorata.

Tanto valeva vivere nell'illusione, se ciò che la sostituiva era un vuoto allucinogeno.

-Eccomi mamma... dicevi il pranzo, vero?-

Mamma mi lanciò uno dei suoi sguardi, ma io mi limitai a sorriderle.

-Beh, alzati e vieni in cucina...-disse, secca.


Trascorsi il pomeriggio facendo di malavoglia i compiti per la scuola aspettando la fine della giornata, quando, verso le diciassette, mia madre ricevette una telefonata.

Era distesa sul divano che sfogliava una rivista, quando il trillo del telefono la fece sobbalzare.

-Sì?-, la udii rispondere.

Non seppi mai con precisione le parole che si scambiarono mia madre e quella della mamma di Cri, sta di fatto che quando entrò in camera mia aveva il volto paonazzo, i capelli arruffati e li occhi tanto spalancati da sembrare sul punto di cadere.

-Hai dormito con un ragazzo a casa dello zio di Cri, ieri notte?-, mi chiese, cercando inutilmente di non urlare.

Qualcosa ribollì nel mio stomaco, e provai la sensazione di ricevere un violento pugno gelido sul petto.

Questa, poi, non ci voleva.

-Mamma, io ero...-

La voce faceva una fatica sovrumana ad uscirmi dalla gola, e le parole mi affollavano, tutte assieme, la mente.

Che dire?, la verità, che mi ero ubriacata e tutto il resto?

Mia madre mi continuava a guardare, senza muovere un muscolo.

-Non sapevo che fosse la casa dello zio di Cri.-, balbettai, non sapendo da dove incominciare.

Lei scosse la testa, stringendo il telefono nella mano destra fino a farlo scricchiolare.

-Ma hai dormito con quel ragazzo sì o no?-

Mi morsi un labbro.

Dopotutto neanch'io lo sapevo bene, ero così andata che poteva avermi fatto qualunque cosa, come poteva essere arrivato solo al mattino...

-Non lo so, mamma, stavo male.- dissi.

-Male significa in stato d'ebrezza, per te?-

Credetti di intravedere nello sguardo di mia madre una luce carica d'odio, di disprezzo, ma ben presto capii si trattava di uno stato di apprensione che non avevo mai incontrato in lei, prima.

-Sì, mamma, mi sono ubriacata.-

Lei rimase senza parole, continuando a scuotere la testa.

-Dovrai fare una visita medica, allora.-, mi disse poi, seria,-e devi dirmi il nome di questo ragazzo, sempre se lo sai.-

Annuii, sollevata dal tono diplomatico e calmo che aveva assunto.

Poi mi venne un dubbio atroce, e chiesi, con voce infantile:-Ma se io ti do nome e numero e tutto ciò che vorrai, tu non lo denuncerai, vero?-

Lei serrò le labbra, tesa. -No, certo che no.-

Non era mai stata brava a mentire.

La guardai male, ma poi cambiai velocemente argomento: ne avrei riparlato se avesse insistito ancora sul nome di Tom, che tra l'altro non conoscevo neanche per intero...intanto avrei trovato un modo per convincere mia mamma. Che poi pensare ad una denuncia era veramente esagerato! Mi avrebbero fatto un mucchio di domande, e io avrei dovuto dire che ero d'accordo con lui, che era anche colpa mia, pur di salvarlo.

Sempre che fosse accaduto qualcosa, cosa talmente improbabile.

-Mamma, come siete venuti a saperlo, voi adulti?-, chiesi, più che altro per sviare il discorso.

Lei sospirò, sollevando un sopracciglio: aveva afferrato lo scopo di quella domanda poco pertinente.

-Beh,-, borbottò, -la mamma di Cri dice di aver sentito sua figlia parlare ad una sua amica di te e un tipo misterioso e di quello che avevate combinato. Ovviamente credeva che avesse esagerato per divertimento, ma poi Cri le ha spiegato che si trattava di verità e ha vuotato il sacco.-

Rimasi senza parole per qualche secondo, allibita.

-Cri ha fatto la spia??-, domandai con voce scandalizzata.

Mia madre annuì, poi disse parole che come un ago mi traforarono il petto.

-Ora forse capisci perchè ti dicevo che non era una buona amica, per te.-

Sentii lacrime amare pungermi negli occhi, ma si trattava di lacrime di coccodrillo, perchè allora era stata tutta un'illusione quel profuso sentimento di gioia che avevo provato con Cri poche ore prima, quella consapevolezza -effettivamente un po' impossibile-, dell'aver finalmente trovato un'amica!

Quell'amica era la falsa e ciarlatana Cri di sempre, e ancora non capivo come avevo fatto a non capire!

Mia madre si addolcì, e mi sorrise con tenerezza, capendo tutto il mio dolore, ma io di quella sua tenerezza non sapevo proprio che farmene, percui la pregai di uscire dalla mia camera e di lasciarmi sola.

Lei, per fortuna, obbedì.


In camera decisi che mai più sarei cascata in una trappola simile, che mai più mi sarei affidata tanto ad una persona poco raccomandabile... Pensando a questo, però, mi venne in mente che Cri non era la sola amica che avevo...c'era sempre Tom, anche lui una possibile fonte di dolori, seppure non mi avesse ancora tradito in nessun modo. Attorno a lui torreggiava un alone poco rassicurante, e di certo l'ultima cosa che speravo era di perdere anche lui.

Lui, ora, era tutto ciò che mi restava.


****


Il lunedì andai a scuola, con la metà dei compiti in bianco, e passai una mattinata terribilmente stressante.

Cri aveva deciso di evitarmi, forse perchè troppo codarda, forse perchè aveva deciso semplicemente che ero una da evitare, ma questo non mi preoccupò più di molto, perchè qualsiasi fosse stato il suo intento, io lo approvavo e lo alimentavo.

Ciò che più mi disturbava era la vista ad ogni cambio dell'ora di quel biondino, -il quasi-tipo-maniaco-traditore, per intenderci- che Cri aveva pensato bene di dimenticare.

E ora ce l'aveva con me.

Finito italiano, la prima ora, uscii in corridoio come mio solito, e quasi mi venne un infarto nel trovarmelo davanti, con tanto di sorrisetto e pacche sulla spalla. Sulla mia spalla.

Dapprima lo evitai, ma quando diventammo fonte di allegre risate dei miei compagni di classe pensai bene di scappare nel bagno delle ragazze e restare chiusa lì arrivando tardi alla lezione.

All'ora dopo rimasi in classe, ma le risatine mi accompagnarono banco per banco.

Sbirciai fuori, e quello era ancora lì.

-Ehi!, ma ce l'hai con me?-, disse fingendosi sciocco.

Imbarazzata rientrai subito in classe, evitando le mie compagne che per quelle occasioni avevano lingue lunghe ed affilate.

All'intervallo tentai di mimetizzarmi fra un gruppo di ragazze che parlavano di rossetti, sparando scemate su una marca di lucidalabbra che neppure conoscevo, ma sentii qualcuno chiamarmi a gran voce.

Giurai a me stessa di non voltarmi per nulla al mondo.

Ma quando quello cominciò a chiamarmi “dolcetto”, poi “principessa”, poi “amore mio” e poi altre stronzate del genere, mi sentii obbligata a suonargliele di santa ragione.

Mi voltai, e vedendolo vicino ad un distributore di coca-cole immaginai con perfidia di potercelo scaraventare sopra, di impiastricciarlo di cola e fargli pagare i danni, ma ovviamente rimediai solamente con un piccolo schiaffo che non avrebbe fatto male ad una mosca.

Dovevo allenarmi a dare sberle, perchè così era proprio una cosa penosa.

Lui rise, e io non potei fare a meno di vergognarmi a morte e di guardare le facce divertite di chi ci osservava.

Che figura, pensai, e intanto la mia collera cresceva e cresceva.

-Dai, ti do un'altra possibilità-, disse lui, sorridendo.

Mi morsi un labbro: oddio che figura!

Scossi la testa.

-E dai, mi fanno così piacere le tue sberle, Vera!-, aggiunse.

No, questo era troppo!

Cominciarono a tremarmi le mani, e il mio labbro superiore fremette. Dovevo essere cattiva, molto cattiva, dovevo sprigionare tutta la furia che c'era in me.

Solo così, forse, avrebbe capito.

Strinsi in un pugno la mia mano destra e senza tanti problemi sferragliai un pugno sui denti del biondino che continuava a sorridere... mi sentii immensamente felice nel vederlo chinarsi in avanti e cadere sulle ginocchia.

Gemette, e io sorrisi. Avevo una vaga idea di quello che avevo potuto fargli: al massimo un livido...

Mi guardai le nocche doloranti, e con orrore constatai che erano sporche di sangue.

Del suo sangue.

Il biondino sollevò il volto e mi guardò, e io non potei fare a meno di coprirmi la bocca vedendo la sua piena di sangue.

Lui, in compenso, sorrideva.

Ma cosa mi era passato per la zucca? IO tirare un pugno così?

-Ommioddio, scusami! Ti porto subito in infermeria!-esclamai, terrorizzata.

Perchè l'avevo fatto? Cosa credevo di concludere con questo?

Ma soprattutto: ci si poteva far sospendere per una cosa del genere?

Lo presi per un braccio e lo sollevai di peso.

Lui si alzò, ma poi si voltò e sputò sangue, bava e un dente in una sua mano.

Soffocai un'imprecazione.

-Vieni, dai...-

Lui si appoggiò a me, sebbene per quanto mi risultasse le gambe potevano benissimo sorreggerlo, e quando raggiunsi la porta rossa fiammante dell'infermeria tirai un sospirone di sollievo.

Aprii ed entrai, agguantando un asciugamano da una pila e ficcandoglielo in bocca.

Come sempre l'infermiera non c'era, era forse al bagno, forse a prendersi un caffè, o forse quel giorno non era proprio venuta.

Non ero mai entrata nell'infermeria, prima.

Consisteva in una stanzetta male illuminata con un lavandino e alle pareti armadietti bianchi, bottigliette di alcool ed acqua ossigenata, compresse ed una brandina spinta in verticale dietro la porta.

Ah, dimenticavo, c'era anche un calendario della croce rossa.

Presi dell'alcool e una compressa, e cercai di farne un impacco per la mia vittima.

Quello intanto sputacchiava nel lavandino e si puliva la bocca con l'asciugamano, lanciandomi talvolta delle occhiate preoccupate.

Aveva un taglio profondo all'interno del labbro inferiore, dove ero riuscita chissà come a staccargli un dente.

-Tieni-, dissi, allungandogli l'impacco.

Lui lo agguantò, e fece per dire qualcosa, ma si bloccò, interrotto da una fitta di dolore.

-Ehm, io... scusa.-, borbottai, vedendolo così malmesso.

-Mmm-, mugolò lui.

Fece una smorfia premendosi l'impacco sul labbro, ma poi mi fece l'occhilino.

Che scena imbarazzante. Che scena patetica.

Ero riuscita a far male ad un ragazzo. Io!

Mah, dettagli.

Qualcuno entrò nella stanza, e io tirai un sospiro di sollievo quando riconobbi l'infermiera.

Aveva una faccia spaventata, come se fosse la prima volta in tutta la sua carriera che effettivamente doveva fare qualcosa.

Si avvicinò al biondo lanciandomi prima un'occhiataccia e, corrugando le sopracciglia gli chiese:-Ti fa male?-

Lui annuì, e io soffocai una risatina, divertita da quella stupida domanda ovvia.

Lei mi guardò ancora male.

-Allora, cosa è successo qui?-, chiese, con tono severo.

Ohi-ohi, qui veniva il brutto!

Mi morsi un labbro e guardai disperatamente l'infortunato, che però non parve tanto preoccupato.

Ma certo, lì la cattiva da punire ero io!

-Ehm, io, ecco, lui, eravamo davanti al distributore della coca-cola...-, cominciai a spiegare, balbettando e avvampando ad ogni parola.

Oddio che figura... mi preoccupava cosa sarebbe andata a dire ai professori quella infermiera del non-dico-cosa.

-Shì, e io shono cadguto prhrhoprhrhio glì-, farfugliò anche il biondino, cercando di parlare in modo comprensibile anche con l'impacco sulle labbra.

L'infermiera sollevò un sopracciglio, diffidente.

-Sei scivolato o qualcuno ti ha fatto cadere?-, chiese.

-È caduto da solo.-risposi io, stando al suo piano.

L'infermiera m'ignorò, e continuò ad attendere una risposta dall'infortunato.

Lui annuì, e solo allora lei aprì una borsetta della croce rossa e ne estrasse una specie di kit di sopravvivenza.

-Io potrei benissimo crederci, ma mi dovrete spiegare come fa uno a rompersi un dente e un labbro cadendo vicino al distributore di coca-cola...da solo.-disse, aprendo una bottiglietta dall'odore nauseante.

La mia vittima mi lanciò uno sguardo preoccupato, ma incontrando il mio teso ed ansioso si sciolse e, ignorando il dolore alla bocca, cercò di sorridermi.

La tizia versò il liquido puzzolente su di una compressa e la strizzò per non farla gocciolare troppo, poi si avvicinò al ragazzino e, gettando via il MIO impacco gli fece aprire la bocca, scrutandone l'inclinazione dei denti e le sfregature delle labbra.

Lui si lasciò medicare, ubbidiente, mentre io da dietro cercavo di indovinare cosa cavolo mi sarei beccata come punizione.

L'odore nauseabondo fu sostituito da un altro acre e terribilmente pungente che si rivelò una pomata per le labbra. Quando lo sentii gemere mi tappai le orecchie e cercai di non gemere a mia volta, e una volta finito fui talmente felice di vederlo ancora vivo che gli concessi un gran sorriso.

-Ecco fatto.-, borbottò l'infermiera.

Lui si massaggiò la bocca e la ringraziò timidamente, poi mi raggiunse e mi fece un cenno del capo, come a dire: visto?, niente di così grave!

Chiesi all'infermiera cosa avrebbe raccontato ai nostri professori, ma quella, lanciando uno sguardo divertito alla mia vittima si limitò a dire che, tanto, i professori non avrebbero mai dato conto ad una zuffa come quella che era appena avvenuta, così come aveva fatto lei.

Fui felice della sua risposta, anche se capivo perfettamente che lo faceva solo per lui, perchè lo trovava simpatico o forse anche attraente, e che se si fosse trattato di me sola non mi avrebbe mai concesso tanto.

Ringraziammo entrambi, e tornammo nei corridoi vuoti delle ultime ore.

-Ah, non mi sono ancora scusata.-, mormorai, ferma davanti alla mi classe.

Lui scosse la testa, -No, invece, l'hai fatto.-

Sorrisi. -Oh, beh, ma se credi che quelle siano scuse...-

-Sì, lo credo, e capisco benissimo come ti sia sentita, all'intervallo. Capisco perchè io ho progettato tutto questo, nella speranza di farmi notare, e tu sei solo cascata nella mia trappola.-, disse con tono grave e saggio.

Lo guardai male, sperando di non aver capito bene, ma poi scossi tristemente la test, non trovando parole per ribattere. Forse era vero, ma comunque come versione non era niente male, pensai, almeno per riuscire a trovare un significato nel mio comportamento tanto incosciente.

-Però, se proprio ci tieni ad essere scusata,- aggiunse lui, fermandomi prima che rientrassi in classe, -potresti sempre accettare di uscire con me.-

Ah, ecco i suoi fini meschini! E io così facendo dovrei farmi scusare??

-Non dirmi che vuoi un altro pugno!-soffiai, digrignando i denti.

Lui sorrise, il labbro inferiore terribilmente gonfio, e un dente mancante quasi invisibile dietro la guancia. Fortuna che non gliene avevo staccato uno davanti, altrimenti sarebbe stato proprio crudele.

-Ma dai, non dirmi che in fin dei conti farti una passeggiatina con me ogni tanto non ti farebbe piacere!-, esclamò, positivo.

-Se invece te lo dicessi?-

Lui sospirò, alzando gli occhi al soffitto.

-Boh, probabilmente mi sparerei.-disse, drammatico.

Sbuffai e mi voltai per aprire la porta dell'aula che mi aspettava da due ore, ma poi lo udii sussurrare:-Oppure potrei sempre lamentarmi con i professori della tua violenza e del tuo bullismo.-

Mi voltai, spaventata, ma quello già s'incamminava per la sua classe.

Entrando sentii i suoi occhi pungermi le spalle, troppo tardi per rendersi conto dell'effetto che avevano scatenato le sue parole, e sgattaiolai al mio banco evitando gli sguardi dispettosi dei miei compagni, e cercando di non vedere gli occhi iniettati di sangue della mia nuova nemica: la perfida Cri.

 

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Se vi state chiedendo cosa cavolo voglia il quasi-tizio-di-Cri e perchè mai si sia immischiato vi posso solamente rispondere che mi stava molto simpatico, e così ho deciso di affidargli un ruolo nella mia storiella, tanto per complicare ancora un tantino le cose.

E allora, Cri e Vera faranno pace?

Il biondino riuscirà a conquistare la nostra protagonista?

Che ne è di Thomas e di tutte le domande alle quali deve ancora rispondere?

Cosa sarà realmente accaduto in quella notte che ha trascorso con Vera?

 

Come vedete, la storia non è affatto conclusa, anzi!

 

Ora i ringraziamenti:

RIngrazio di cuore MikaName per la sua recensione!!!

Grazie mille di tutti i compimenti, innanzi tutto! Mi fa piacere che qualcuno apprezzi la mia storia anche se forse tralascio troppi particolari e lascio troppi dubbi al lettore^^ Sono felice che tu sia tanto curiosa, e spero di rivelarti al più presto le realtà di Tom e compagnia bella, sperando sempre di non deluderti!!

Ringrazio anche ReginaOscura per la recnsione!!!!
Ehi!, non ti preoccupare se recensisci in ritardo, l'importante  che tu lo faccia^^ E grazie mille di tutti i tuoi complimenti! Sono passata da te, ovviamente, e credo anche di averti lasciato qualche recensione qua e là.^^ Spero, almeno. Dimmi sempre quando aggiorni, non te lo dimenticare! Anche tu, ovviamente chiedi spiegazioni......
Beh, c'è una cosa che devo amettere, e questo VALE PER TUTTE:alcuni dubbi resteranno sempre vaghi, come il perchè degli incubi, o cose del genere, e tutto verrà spiegato solo alla fine, con un colpo di scena tremendo!

UUps, forse ho detto troppo!^^

Anticipazione: Nel prossimo capitolo tornerà Thomas, si parlerà degli incubi di Vera e il biondino otterrà qualcosa dalla nostra protagonista... ma cosa????
Scopritelo nel prossimo capitolooo!!!!!!!!!!!!!!!!!

Arrivederci a tutte!
lunedì, 20 luglio 2009
13:42
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Allora, ho deciso di cambiare il mio profilo perchè quella foto di Michael Jackson era fintroppo deprimente... Ok è morto e non è che dopo una settimana non lo sia più, ma se continuo a disperarmi non ne esco neppure fra un anno...
E a rileggere queste parole mi viene da odiarmi, da sbattere la testa contro il monitor e, soprattuto, d
i cancellare queste frasi false e irreali.


Comunque sia, ho deciso di togliere quella foto troppo visibile ai miei occhi troppo attenti, e di sostituirla con delle parole, un linguaggio non meno significativo ma almeno meno diretto.


E ora cerchiamo di far diventare questa sottospecie di profilo in continuo mutamento qualcosa di accettabile...
Dunque dunque.................e chi se lo ricorda come diavolo si faceva a fare un profilo?
Eliminiamo le immagini, abbiamo detto, percui ci retano le parole.
Fiumi di parole terribilmente scroscianti.
E poi il mio caro e adorato silenzio.
Anche solo la parola silenzio, seppure simile a tutte le altre, trasmette un senso di pace e tranquillità come sa fare solo il silenzio.
Ma il silenzio non è sempre positivo... il silenzio può diventarci nemico, se non lo si sa interpretare.
E dovrete pure ammettere che questa frase è terribilmente vera.
Non sto a farvi mille esempi, mille paragoni, perchè il silenzio, in quanto unico, per ognuno è qualcosa di diverso, e io non potrò mai scoprire che reazione fisica, che effetto vi faccia il silenzio, perchè da persona a persona cambia.


E lo stesso vale anche con il rumore.
Il rumore, lo scrosciare inquieto dei fiumi di parole che ci soffocano, avvolgendoci interamente con le loro soffici coltri pungenti...sì, è un ossimoro e non ha senso.
Come tutto, del resto.

Io il rumore lo conosco meglio, a differenza del silenzio.
Il rumore può essere amico o nemico dell'uomo, ma ciò dipende dall'uomo stesso, in quanto egli è, nel maggior numero dei casi, la fonte naturale del rumore.


Io so dominare il rumore,il frastuono, il chiacchiericcio, il suono di tutto e di tutti, nelle mie storie, così come so dominare il silenzio.
Ed è proprio per questo che scrivo.
Scrivo per rendermi artefice del destino di tutti quanti i personaggi che anche solo per un attimo osano affacciarsi sulla strada delle mie storie, dei miei sfoghi, delle mie follie (queste fin troppo frequenti, oamai lo saprete già da voi) e di ogni singola parola rumorosa che incido nella facciata bianca e vitrea del computer.


Bene, e dopo tutto questo sproloquio inutile vi auguro una buona lettura delle mie ff, ricordando che apprezzerei molto se anzichè solo leggere mi lasciast qualche recensione.
Ma non mi lamento, perchè in molti già lo fanno.

Grazie

giovedì, 09 luglio 2009
16:27
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Capitolo sesto




Salimmo frettolosamente le scale che ci separavano dall'uscio di casa mia: Cri si era gentilmente offerta di accompagnarmi a casa,anche se sapevo che in realtà lo faceva più che altro per vedere che faccia avrebbero fatto i miei genitori nel rivedermi con almeno otto ore di ritardo.

Bussai timidamente ed aspettai che venissero ad aprirmi, ma non udii alcun suono dall'altra parte della porta. Attesi, non volendo innervosire i miei già sicuramente preoccupatissimi genitori.

Bussai con forza, ma non ricevendo alcuna risposta decisi di aprire con il mio mazzo.

In casa era tutto come l'avevo lasciato la sera precedente: il rossetto che avevo usato era ancora sulla mensola vicino allo specchio del bagno, le mie pantofole erano gettate a caso sul pavimento e, soprattutto, non c'era traccia di cappotti, scarpe o qualsiasi altro oggetto personale dei miei genitori.

Che non ci fossero?

-Mamma? Papà?, chiamai, sperando di non ricevere risposta ancora una volta.

-Che c'è, dici che non sono ancora tornati?-,chiese Cri, quasi delusa.

Sorrisi, speranzosa, -Credo proprio che non ci siano...aspetta, forse mi hanno lasciato messaggi sulla segreteria.-

Corsi in sala, dove afferrai il telefono ancora prima che Cri potesse realizzare dove fossi finita.

-Sì!- quasi urlai,-C'è...è dal cellulare di mio padre, aspetta che sento che dice...-

Cri mi raggiunse ed accostò l'orecchio al telefono che spiattellava già il mio.

-Ehi, fa sentire!, mormorò dopo poco, spingendomi.

-Taci.

Partì la segreteria, il numero, silenzio, poi la voce di mia madre: “Vera, ti ho lasciato del pollo in frigo, spero che tu abbia l'accortezza di riscaldarlo prima di mangiarlo, stasera, e...ah, già ma tu sei a quella festa...la mamma di Cri mi ha riferito dove vai senza il nostro consenso...vabbéh, per una volta che esci, non fa niente. Stasera non riusciamo a tornare: non vale la pena di arrivare alle due di notte, ti pare? Rimandiamo a domani, restando qui a dormire in un Hotel... Ti chiamo domani mattina, ok? Mi raccomando, fai i compiti e studia con la testa e...lascia in pace quella Cri per un giorno, che sai che mi dà sui nervi che venga tutti i giorni a casa nostra. Torniamo domani sera, credo...ora devo scappare, ciao.”

Finito tirai un sospiro di sollievo, e, felicissima mi buttai sul divano lasciando il telefono nelle mani di Cri.

-Scusa, ma che ha detto? Ho sentito il mio nome, ma forse mi sbaglio...-

-Sì, ti sbagli: ha detto che vengono questa sera!!!-

Anche Cri sospirò, poi si sedette sul bordo del divano, unico angolo non occupato dal mio volume in estensione.

-Quindi non sapranno nulla di...Tom!-,esclamò.

-Ovvio!!! Nulla di nulla|!!! Solo della festa, perché tua mamma gliel'ha detto, e non sono arrabbiati... Ma non è fantastico???-

Cri annuì, dondolandosi una gamba.

Poi mi fissò, e un guizzo divertito le attraversò gli occhi.

-Ma quindi...oggi non hai nulla da fare, vero?-

Sbuffai: un'altra scampagnata con Cri non era esattamente ciò che mi accingevo a fare in quella domenica così magnificamente solitaria...

-Lo sai vero che la piscina è aperta anche di domenica?-,mi chiese, fantasticando su fantasie che io speravo di non vivere mai.

Annuii.

-E...un mio amico ci lascerebbe entrare gratis! Verresti, vero?-

Soffocai un'imprecazione nella manica e sorrisi falsamente,-Cri, che ne diresti se per una volta ci andassi da sola? Salutami quel tuo amico bagnino, ma ho da studiare per lunedì...-

-Non è un bagnino, è un...quello che sta all'ingresso con la cassa, ecco, e non puoi lasciarmi da sola!

Urlacchiò istericamente Cri, cercando invano di farmi cambiare idea.-

Odiavo quando s'impuntava con qualcosa, perché normalmente finiva sempre col convincere anche me.

Scossi con forza la testa, cercando di convincermi che la mia opinione DOVEVA contare più della sua.

-Dai dai dai! Pensa che bello, in piscina! Nell'acqua fresca...-

-Gelida.-

-Poi al sole caldo per abbronzarsi un po'...-

-Bruciarsi, nel mio caso.-

-E poi ci compriamo uno di quei gelati buonissimi del bar!

-Sì, che costano un occhio della testa!

Cri cominciava ad esasperarsi, dimenandosi al mio fianco.

-Ma te lo offro io!!-

Addirittura? Non era mai arrivata a tanto...

Non seppi rispondere, lasciando che un'altra punta di speranza s'infiltrasse negli occhi Cri.

-Sì, te lo offro io! Dai, solo per un paio d'ore!

Scossi ancora la testa, cercando una scusa plausibile.

-Mi vergogno di andare in costume: non ho fatto alcuna dieta e sono diventata una balena.-, esclamai, orgogliosa della mia trovata.

Adesso fu Cri a rimanere senza risposta.

-Oh, non è vero, e poi chi ti vede?, mugolò.

Scossi la testa per l'ennesima volta e mi alzai.

-Vado a prepararmi la colazione, tu puoi anche andare alla tua piscina, se ti va.-, dissi, forse con troppa durezza.

Cri sospirò, poi cercò di sorridere ed annuì.

-Ho capito, il problema non è la piscina ma sono io...-, mormorò terribilmente seria.

M'irrigidii: mi dispiaceva che se ne fosse accorta, ma purtroppo era la verità.

Mi voltai e andai in cucina, sperando che capisse che non valeva la pena di litigarci su.

-Dove credi di andare, Vera!-

Presi un pentolino e lo riempii d'acqua.

-Vera, torna subito qui!-

Accesi il fuoco e lasciai il pentolino aspettando che bollisse.

-Ma ti pare il modo di fare?-

Aprii il frigorifero e cercai un uovo.

-E con questo tuo ignorarmi cosa vorresti farmi capire? Solo che mi odi con tutto il cuore?-

Sbuffai, poi mi sforzai di trovare questo maledetto uovo.

-Vera, mi senti? Guarda che così ti comporti in modo infantile! Rispondimi, non puoi lasciare le cose così... Non puoi!-

Lo trovai e lo afferrai con forza.

Sentii dei passi precipitosi avvicinarsi alla cucina e cercai di presentare a Cri una delle facce più indifferenti della terra: magari riuscivo a farle credere di non aver sentito.

La porta cigolò e si spalancò con un botto...ero convinta che fosse la vipera con la quale avevo appena litigato, ma per poco non svenni: il mio incubo, quel mostro orrido che avevo sognato, i suoi occhi iniettati di sangue, quel taglio infetto, quelle zanne...

Istintivamente urlai, e con mia sorpresa riuscii ad emettere uno strillo acuto e probabilmente molto allarmante, strizzando l'uovo che tenevo in mano, con la sua conseguente distruzione.

Qualcuno entrò e sostituì il mostro, chiamandomi più volte e cercando di togliermi di mano il guscio d'uovo, ma io rimasi paralizzata senza vedere altro che la bocca larga e segnata del mio incubo.

-Vera!!! Ma cosa diavolo ti è successo? Se è per colpa mia, davvero, scusami, mi rimangio tutto!

Davanti ai miei occhi apparvero quelli chiari di Cri, che non facevano altro che scattare da una parte all'altra, e sbatacchiare quelle ciglia fin troppo lunghe.

-Ommioddio, Cri, non sai che spavento, io...-, borbottai, sollevata di non trovare più quell'immagine spaventevole.

Cri sorrise ed annuì, visibilmente preoccupata.

-Sì sì, non è successo niente, Vera.

Solo allora mi accorsi dell'albume liquido e viscido che colava dal mio pugno chiuso, oltre che al pentolino stra colmo che, in bilico, sopportava con fatica gli scossoni dell'acqua bollente.

-Oh, spegni il fuoco, che sennò si rovescia l'acqua!-, esclamai giusto un attimo prima che il pentolino scivolasse sul pavimento facendo fumare le piastrelle gelide a contatto con l'acqua.

Cri soffocò un urlo e cercò uno straccio sul lavandino per assorbire tutta quell'acqua.

Io gettai i resti dell'uovo nel cestino e spensi il gas con mani tremanti.

Pulito il pavimento e calmatisi i battiti cardiaci di entrambe ci guardammo ed impulsivamente, come sollevate che non fosse accaduto nulla di veramente grave (così credevamo) cominciammo a ridere a crepapelle.

Man mano Cri si fece più seria, e, ancora senza fiato e sorridente, mi chiese:-Ma allora ora non ce l'hai più con me?-

Sbuffai, perché c'era d'aspettarsi una domanda così, ma proprio non mi andava di risponderle.

Mi morsi un labbro, recitando la parte dell'indecisa, e mormorai:-Dipende da come ti comporti d'ora in poi...-

Cri saltellò per la felicità, ridacchiando e prendendomi per mano, come se la cosa che le stesse più a cuore fosse veramente la mia amicizia.

Ma forse ero stata troppo dura con lei, troppo pessimista, forse era veramente mia amica, forse non si copriva di tutta quella falsità come credevo, o almeno non con me, non ora...

-Sì, certo, amiche e tutto il resto ma io comunque alla piscina non vengo.-

Cri rise di gusto, ma poi annuì, apprensiva.-Sì, ogni tanto fa bene stare da soli... Ma non farmi prendere altri spaventi come quello di prima, ti prego!-

Impallidii ricordando le immagini di qualche attimi prima, poi sorrisi e seguii con lo sguardo la mia ...amica avviarsi verso l'uscita.

-Allora vado, Vera, se poi cambi idea sai come contattarmi.-disse, fori dalla cucina.

-Ciao!-gridai dopo un bel po', sperando di farmi sentire.

Udii la porta aprirsi e sbattere con un tonfo.

Se non altro ero finalmente sola... i canini lucidi di bava mi si ripresentarono davanti agli occhi per una frazione di secondo e per poco non cacciai un altro urlo, ma poi scossi la tesa, cercando di capire come mai questi incubi così inquietanti si affollassero nella mia immaginazione così all'improvviso...

Mi spostai in sala cercando di non cedere dalla tentazione di voltarmi all'improvviso per controllare che tutto fosse ancora a posto e, soprattutto, che non ci fosse nessun altro fuorché me.

Presi il telefono e riascoltai la voce frettolosa ma comunque rassicurante di mia madre.

Avevo paura...fino alla sera tardi sicuramente mi sarebbe toccato rimanere a casa da sola...

Beh, potevo sempre cercare qualcuno che non fosse Cri...come per esempio Tom!

Appena mi ricordai del mio quasi-ragazzo-non-del-tutto-definito-e-fin-troppo-misterioso mi ricordai del foglietto con il suo numero. Frugai nella tasca dei miei pantaloni e il mio cuore cominciò a battere velocemente non appena sentii la sua consistenza cartacea fra le dita.

Era lo stesso foglietto smunto e stropicciato, e cifre scritte elegantemente risaltavano sullo sfondo giallognolo.

Presi il telefono di casa e in un secondo digitai il suo numero.

Attesi per qualche secondo, e poi la sua voce calda e suadente mi rispose.

-Pronto?

-Ehi!-, esclamai.

-Vera?

-Già, proprio io.

-Oh, ti sto facendo pagare, aspetta che ti richiamo.

-Ma stai scherzando? Non ci pensare neppure!

-Perché?, lo faccio per te.

-E non serve, davvero...

-Beh, fai come vuoi.

-Ovvio.

-Ah ah ah, se sempre la solita, Vera!

Arrossii.

-E scommetto che ti senti molto sola senza di me!

-Ehm...come hai fatto ad indovinarlo?

-Era ovvio! No, scherzavo.

-Beh, è così...

-Ti senti sola?

-Terribilmente sola.

-Ohoh, poveretta, mi fai tanta pena!

-Beh, dato che i miei genitori non ci sono dico che potresti fare di meglio che restare lì a compatirmi, no?

-È un invito?

-Forse...

-Ok, sarò lì fra poco.

-Ci ho messo poco a convincerti, eh?

-Come sempre... ci vediamo fra un secondo.

-Già, ciao!

-Ciao.

Riattaccai, sospirai, ridacchiai, mi alzai e corsi in bagno.

Mi guardai allo specchio e provai un mucchio di pettinature, ma ero solo alla decima che sentii il citofono suonare.

Una frenesia esagerata mi pervase e corsi ad aprire rischiando di scivolare e spaccarmi qualcosa.

Corsi ancora un secondo in bagno per controllare che tutto fosse tutto a posto, e poi mi presentai sorridente alla porta, aspettando che salisse.

Dovevo ancora chiedergli un mucchio di cose...primo fra tutti cosa diavolo ci facesse in casa dello zio di Cri...

Sentii i suoi passi salire gli ultimi scalini (prendere l'ascensore non era più semplice? Forse, ma non abbastanza per Tom, a quanto pareva...), ed aprii la porta, con un sorriso a trentadue denti, forse fin troppo falso.

 

-Ciao, cara, scusaci se siamo arrivati così tardi e non ieri sera...alla fine siamo riusciti a prendere il treno di mattina...che faccia è quella, Vera?, non sei forse felce di rivedere i tuoi genitori?

*******************************************************************************************

Fine, per ora^^

Ditemi tutto...

mercoledì, 08 luglio 2009
17:34
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Jacko, I miss U...



Scrivi qualcosa... Qualcosa...
Che cosa??? Non si è già forse detto troppo? Non si ha parlato, spettegolato, pianto, offeso già troppo??????Eppure anche io, ora, scrivo qualcosa.
Scrivo.
Sto ascoltando Dirty Diana per la sesta volta di fila. Ho l'impressione che se non smetto ora potrei impazzire. Ho gli occhi così gonfi che sarebbe solo un piacere se mi cascassero fuori dalle orbite. E non sto esagerando.
Me lo ripeto sempre che piangendo non risolverò mai nulla, ma tanto so anche che è indispensabile farlo.
MICHAEL!!!!!!!!!!!!!!!! MA PERCHÉ CAZZO PROPRIO TU????CHI È QUEL DOTTORE CHE NON SA FARE UN MASSAGGIO CARDIACO??? CHI DIAVOLO SI È PERMESSO DI PRENDERSI LA TUA VITA COSÌ???????? Non è giusto, neanche un po'.
Quei concerti sarebbero stati la tua rovina, lo sapevi.
Volevi farli, però, in memoria dei vecchi tempi.
Mi rimetterò, dicevi, ce la farò.
Temevi di non arrivare alla fine del tour?? O forse avevi motivo di temere di non riuscire neppure ad incominciarla?

Sapevi che non ne sarebbe mai valsa la pena, lo sapevi.

Sapevi che qualcosa sarebbe andato storto, ma ancora una volta ti sei nascosto nei panni di Peter Pan, hai voluto vivere nell'illusione del magico mondo che ti eri costruito attorno, ma non ha funzionato.

Non avrebbe mai funzionato, perché intanto ne sono passati di anni, e tu ti sei imbottito ben bene di medicine, di debiti e scandali. Non dovevi ma l'hai fatto.

E ora tuo padre, i tuoi fratelli, si spartiranno i tuoi tesori e i tuoi debiti.

Forse hai fatto bene a mollare, Michael... Era quello che volevi, no?

No, non era quello che volevi. Tu volevi essere amato, volevi tornare ad essere com'eri, e in un certo senso, così, ci sei tornato.

Migliaia di fan ti piangono, Jacko. Stai vendendo molto, sai?

Peccato che tu non ne sappia nulla, lontano come sei.

La prossima volta fa più attenzione, e prenditi cura del tuo corpo e del tuo spirito, non solo della tua immagine.




Jacko, I miss U...

mercoledì, 01 luglio 2009
11:38
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Scrivi qualcosa... Qualcosa...
Che cosa??? Non si è già forse detto troppo? Non si ha parlato, spettegolato, pianto, offeso già troppo??????Eppure anche io, ora, scrivo qualcosa.
Scrivo.
Sto ascoltando Dirty Diana per la sesta volta di fila. Ho l'impressione che se non smetto ora potrei impazzire. Ho gli occhi così gonfi che sarebbe solo un piacere se mi cascassero fuori dalle orbite. E non sto esagerando.
Me lo ripeto sempre che piangendo non risolverò mai nulla, ma tanto so anche che è indispensabile farlo.
MICHAEL!!!!!!!!!!!!!!!! MA PERCHÉ CAZZO PROPRIO TU????CHI È QUEL DOTTORE CHE NON SA FARE UN MASSAGGIO CARDIACO??? CHI DIAVOLO SI È PERMESSO DI PRENDERSI LA TUA VITA COSÌ???????? Non è giusto, neanche un po'.
Quei concerti sarebbero stati la tua rovina, lo sapevi.
Volevi farli, però, in memoria dei vecchi tempi.
Mi rimetterò, dicevi, ce la farò.
Temevi di non arrivare alla fine del tour?? O forse avevi motivo di temere di non riuscire neppure ad incominciarla?
Jacko, I miss U...
mercoledì, 01 luglio 2009
11:27
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È impossibile l' esistenza dell'impossibile
tutto è possibile, è 1a legge, lo sanno tutti...
eppure proprio quel tutti ribadisce che è impossibile, x esempio,
avere 70 figli,
chiacchierare con 1 marziano,
farlo 235655,0796 volte al giorno
e ....CENSURIAMO...

ma è possibilissimoo!!!!!
tutto è possibile, è 1a legge,lo sanno tutti
ma proprio quella legge ribadisce che è impossibile,x esempio,
commettere 57 000 omicidi al giorno,
assassinare 73 111 vecchiette o 34 0004 bimbi
... ... ...

ma è possibilissimoo!!!!!
tutto è possibile, perciò è giusto riconoscere che l' impossibile non esiste,
e dopo aver dichiarato l' impossibilità di esistenza dell' impossibile,
si elimini il termine più volte enunciato,
  permettendone l' impossibilità di esistenza...

è impossibile l' esistenza dell'impossibile... !!!!

si cancelli da libri di testo, dizionari e simili il termine,
nato x dimostrare che tutto è possibile, compresa la sua creazione e funzione...
con ciò dimostreremo il contrario, perchè tutto è possibile, ma l' impossibile no
... ... ...

è con queste mie chiare parole che chiudo tale mia questione.

P.S.:   xd,xd,xd,xd,xd,xd,xd,xd,xd..xd..xdxd....xdxdxdxdxdxdxdxdxd....etc.

IHIH, questa l'avevo scritta su un foglietto circa due anni fa^^ Non prendetemi totalmente per pazza, ma in parte sì.
=)
Ditemi come vi sembra^^


sabato, 27 giugno 2009
15:24
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Have you seen my Childhood?
I’m searching for the world that I come from
‘Cause I’ve been looking around
In the lost and found of my heart…
No one understands me
They view it as such strange eccentricities…
‘Cause I keep kidding around
Like a child, but pardon me…

People say I’m not okay
‘Cause I love such elementary things…
It’s been my fate to compensate,
for the Childhood
I’ve never known…

Have you seen my Childhood?
I’m searching for that wonder in my youth
Like pirates in adventurous dreams,
Of conquest and kings on the throne…

Before you judge me, try hard to love me,
Look within your heart then ask,
Have you seen my Childhood?

People say I’m strange that way
‘Cause I love such elementary things,
It’s been my fate to compensate,
for the Childhood (Childhood) I’ve never known…

Have you seen my Childhood?
I’m searching for that wonder in my youth
Like fantastical stories to share
But the dreams I would dare, watch me fly…

Before you judge me, try hard to love me.
The painful youth I’ve had

Have you seen my Childhood….

sabato, 27 giugno 2009
14:46
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